La Cina nella finanza globale (Parte 3)

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articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/40334/la-cina-nella-finanza-globale-iii

parte seconda: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/03/la-cina-nella-finanza-globale-parte-2/

parte quarta: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/04/la-cina-nella-finanza-globale-parte-4/

Comprendere la CinaLo yuan sta aumentando la propria presenza negli scambi globali. Tuttavia, non è ancora una moneta “matura” per imporsi come principale valuta di scambio. Gli USA, inoltre, non accetteranno facilmente che il dollaro perda il suo status di supremazia.

SOSTITUIRE IL DOLLARO CON LO YUAN? UN PERCORSO A OSTACOLI…– Il processo di graduale internazionalizzazione dello yuan rappresenta un contributo significativo alla costituzione di un regime monetario più stabile e meno condizionato da politiche particolaristiche. Tuttavia, questo processo, che dovrebbe portare auspicabilmente ai una “nuova Bretton Woods”, è tutt’altro che scontato. Mentre la moneta cinese già soddisfa i requisiti che le hanno consentito di acquisire lo status di riserva internazionale – in virtù della solidità economica e commerciale della Cina, nonché della sua capacità di gestione dell’inflazione – vi è una serie di ostacoli da superare prima che essa possa conseguire una più ampia e piena internazionalizzazione. Tali ostacoli corrisponderebbero sia alla mancanza di profondità del mercato finanziario cinese, sia all’inerzia del sistema e sia, soprattutto, al raggiungimento di un accordo equilibrato con gli Stati Uniti. Vediamo brevemente queste tre criticità.

UN MERCATO ANCORA DA SVILUPPARE – In primo luogo va sottolineata la difficoltà cinese di riprodurre la profondità del mercato finanziario raggiunta dagli Stati Uniti. Se prendiamo ad esempio gli scambi di derivati in dollari, – pari a circa un quadrilione – la Cina non potrà mai raggiungere simili livelli, soprattutto se continuerà ad esercitare un forte controllo sulle attività finanziarie speculative limitando i commerci di derivati in yuan.
In secondo luogo, malgrado l’attuale internazionalizzazione dello yuan, ci vorrà del tempo affinché la maggior parte dei paesi che attualmente prezzano le materie prime e altri prodotti in dollari cominci adenominare gli scambi internazionali in valuta cinese. Cambiare monete di riferimento richiede nuove politiche di governo, ma soprattutto difficili cambiamenti tecnici che potrebbero costare trilioni di dollari. Si pensi alla necessità di apportare cambiamenti di software in innumerevoli sistemi di pagamento e di formare nuovo personale per gestire l’intero processo. Per esempio, il problema tecnico del software Y2K, che preoccupò moltissimo prima del nuovo millennio, è costato centinaia di milioni di dollari per le aziende, le quali furono costrette a impiegare nuovi ingegneri del software al fine di assicurarsi che i loro sistemi informatici non venissero distrutti per il semplice cambio dell’anno. Quindi, una sostituzione diffusa della moneta di riferimento in uso nei pagamenti internazionali sarebbe particolarmente onerosa per il mondo degli affari.

UN ACCORDO NECESSARIO CON WASHINGTON – Il terzo ostacolo, quello che sembrerebbe più rilevante, concerne la necessità di raggiungere un accordo tra la Cina e gli Stati Uniti. La paura cinese di subire ripercussioni da parte degli Stati Uniti è un aspetto che non può essere trascurato, malgrado il fatto che esso non venga riconosciuto da molti accademici e politici come una ragione sufficiente per ostacolare la sostituzione dello yuan col dollaro.
Gli Stati Uniti posseggono il più grande apparato militare del mondo, funzionale a salvaguardare i propri “interessi”, ovvero il proprio standard di vita. Quest’ultimo non sarebbe stato possibile, a partire dalla Seconda guerra mondiale, se il dollaro non avesse continuato ad essere la moneta di riserva di riferimento al livello mondiale (dato che gli Stati Uniti continuano ad importare più di quanto esportino e non potranno mai equilibrare i propri conti con il resto del mondo e quindi ripagare i deficit aggregati di bilancio). Se un Paese emergente si comportasse allo stesso modo degli Stati Uniti, almeno in termini di bilancio, la sua economia soffrirebbe di un’importante crisi monetaria nella quale l’inflazione raggiungerebbe livelli altissimi. Ma la supremazia finanziaria e militare degli Stati Uniti ha fatto sì che il mondo accettasse il dollaro statunitense come valuta di riferimento. Perciò solo gli USA possono continuare ad avere degli squilibri costanti e crescenti della propria bilancia dei pagamenti, semplicemente perché hanno il potere di stampare più moneta per comprare ciò di cui abbiano bisogno.

LA RESISTENZA DEGLI USA – Il senso e l’importanza di un accordo con gli Stati Uniti non può dunque essere sottovalutato. Gli Stati Uniti hanno beneficiato dello status di superpotenza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anche perché tutti gli altri Paesi del mondo furono pesantemente colpiti dalle distruzioni della guerra. Per questa situazione, gli Stati Uniti hanno potuto beneficiare essenzialmente del privilegio di condurre un’espansione della propria influenza al livello mondiale, senza incorrere in importanti sfide alla loro autorità (fatta eccezione per l’URSS, almeno nel primo periodo della Guerra fredda). Con più di un migliaio di basi militari distribuite in tutti i continenti, la più grande spesa militare del mondo, un sistema di cyber-sorveglianza che copre l’intero globo, la moneta di riserva dominante, la capacità di esportare i propri media e la propria cultura in quasi tutti i paesi e il predominio in quasi tutte le maggiori istituzioni internazionali, gli Stati Uniti non rinunceranno volentieri a questi vantaggi senza esercitare un’importante resistenza. Per esempio, il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha votato nel 2010 per una riforma che permettesse alla Cina di avere un maggiore peso nell’organizzazione. Le riforme porteranno la Cina dal sesto al terzo posto, in termini di quota di voto; per questo motivo,  il Congresso degli Stati Uniti ha posto un veto su tale cambiamento, finoall’approvazione della riforma a dicembre 2015. Gli Stati Uniti, di fatto, sono stati la sola nazione ad opporsi alle riforme per una radicale riorganizzazione del sistema di Bretton Woods, almeno dagli anni Settanta a oggi. Non è un caso che si moltiplichino le voci ufficiali a favore della rimozione del potere di veto degli Usa (vedi per esempio).
Altro esempio della resistenza statunitense: non appena l’euro fece il suo debutto sulla scena mondiale, politici e commentatori americani ne annunciarono velocemente il fallimento. E anche se l’euro è sopravvissuto a tutte le previsioni di collasso ed estinzione, i politici degli Stati Uniti continuano a osservalo attentamente per assicurarsi che il blocco monetario europeo non diventi mai tanto potente da sfidare lo status degli Stati Uniti e della loro moneta. Inoltre gli Usa hanno istituito numerosi think tank a Bruxelles, il quartier generale dell’Unione Europea, per fare pressione sui politici europei e fare in modo di ottenere il sostegno ai loro interessi.
Così, guardando alla Cina, lo yuan potrebbe rappresentare una minaccia ancor più grande alla supremazia e al potere del dollaro rispetto all’Euro, poiché diversamente dalla BCE la banca centrale cinese non sarebbe ostacolata formalmente dalle considerazioni politiche di altri paesi. Se lo yuan diventasse sempre più popolare, esso potrebbe sfidare direttamente il potere di acquisto del dollaro statunitense: per far ciò la Cina dovrebbe essere capace di persuadere quei paesi che ancora resistono all’idea di effettuare transazioni in yuan invece che in dollari. Lo yuan potrebbe sfidare il dollaro anche come riserva dominante, soprattutto se la Cina mantenesse un’economia più sana ed offrisse un regime di regole valutarie più attraente rispetto agli Stati Uniti. In un tale scenario, le popolazioni del mondo sceglierebbero di acquistare asset finanziari in yuan piuttosto che in dollari, minando ancor di più uno dei pilastri del dominio e della forza degli Stati Uniti. Per tutte queste ragioni, brevemente enucleate, è molto difficile che gli Stati Uniti possano accettare una progressiva riduzione della centralità del dollaro nel sistema monetario ed economico internazionale.

 Ann Lee
(traduzione di Fabio Massimo Parenti)

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